Oltre un secolo fa, la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano lanciò l’Appello ai «liberi e forti» rivolto a quanti, «uomini moralmente liberi e socialmente evoluti», erano disposti a impegnarsi a sostenere un progetto politico e sociale per l’Italia all’indomani della Prima guerra mondiale.”.
L’appello oggi dovrebbe invitare tutte le donne e gli uomini moralmente impegnati, socialmente partecipi e tecnologicamente integrati a unirsi per fermare la deriva della dissoluzione valoriale, della indifferenza civile e della supremazia della macchina sull’uomo.
Mettersi al Centro significa abbracciare quella politica fortemente identitaria, che finalizza la propria azione alla realizzazione del bene comune, facendo ruotare il proprio asse intorno alla “persona” non alla “mia persona”.
La Politica centrista, nel secolo scorso, era affidata all’interpretazione di quei partiti laici di ispirazione cattolica e di matrice popolare, capaci, mutuando una formula geometrica, di rappresentare un punto equidistante o equivicino a tutti gli altri punti.
Il Centro di un tempo era realmente baricentrico rispetto all’agire politico, non solo per numeri ma anche per la forza diffusiva e quasi contagiosa dei valori fondamentali di cui era espressione.
Invece oggi, con la proliferazione dei centrini, può accadere di sentire chiunque autoproclamarsi il centro della politica italiana, senza nessun altro appiglio che quello della sopravvalutazione della utilità marginale dell’ultimo voto in un sistema che è diventato un meccanismo a squadre contrapposte dove si vince ai punti nella totale indifferenza dei valori e delle persone.
Fondare un partito di centro è un progetto ambizioso, che deve assumersi il compito di ripristinare una politica all’altezza dei bisogni, rilanciando, accanto ai diritti fondamentali del lavoro, della salute, dell’istruzione e della sostenibilità ambientale, una stagione dei doveri, che coinvolga ogni cittadino, ogni amministratore, ogni uomo e donna di cultura e ogni articolazione della società.
Un partito senza personalismi, capace di far crescere nuove idee e nuove energie, recuperando passione e generosità civile e restituendo alle intelligenze del nostro paese un luogo nel quale confrontarsi e non uno spazio da occupare.
L’iniziativa può essere un segnale di apertura verso una riaggregazione del centro moderato, che parta dal basso ma non da zero, nella consapevolezza della esistenza di molteplici forme di vita del Pensiero Popolare, consegnate alla irrilevanza.
Va detto che la corsa al centro è divenuta una pratica sportiva cui si sono iscritti, negli ultimi 30 anni, tanti ex democristiani e moltissimi nostalgici dello scranno. Ma l’allenamento non è servito sul piano prestazionale. Tutte le sigle evocative del cattolicesimo impegnato e tutti i simboli contenenti croci o scudi o colombe sono arrivati in soli due casi a raggiungere percentuali vicine all’8/9%, fermandosi per lo più vicini allo zero virgola …L’approccio, in molti casi nostalgico, non ha giovato. È realistico, invece, mettere testa e impegno per restituire alla politica un patrimonio valoriale che conserva la sua attualità.
La storia, se vissuta come base sulla quale fondare la consapevolezza del presente, è strumentale alla costruzione del futuro. Nessuna pretesa di ritorno al passato. Bensì un sano approccio alla vita che ha la sua consistenza nel fluire del tempo, perché, è banale dirlo, se dietro di noi troviamo il vuoto perdiamo il senso della prospettiva e, dunque, la capacità di visione.
Dovendo riconoscere che il bipolarismo è entrato, seppur malamente, nel nostro sistema, lo sforzo deve essere rivolto non tanto alla conquista di una area fisica bensì alla affermazione di un paradigma democratico che tenda a comporre le differenze e a rinsaldare i pilastri della nostra Costituzione repubblicana.
L’animazione in corso nel campo di sinistra è la positiva riprova che il dissolvimento della Margherita ha portato all’appiattimento del pensiero del PD verso sinistra, con evidente compromissione di rapporti con tanti mondi. La necessità è, quindi, ripartire da zero, rifondando un nuovo partito.
Nel campo opposto, bocciato l’esperimento unitario del PDL, si è ricreato subito uno spazio plurale, all’interno del quale FI, anche con il contributo di Noi Moderati, tiene la posizione. Ma la terza gamba della coalizione non aggrega quanto potrebbe, non riuscendo a farsi apertamente paladina dei valori del popolarismo.
I valori della persona, della morale, della legalità, della pace, della libertà e della fratellanza tra i popoli sono sopraffatti dalla destrutturazione delle relazioni umane, ma non sono morti. E sono sicuramente moderni i concetti di stato sussidiario, dove autonomie locali e governo centrale collaborino; di economia sociale di mercato, che contemperi le esigenze di uguaglianza sociale con la libertà d’impresa; di promozione dell’iniziativa privata a servizio dell’interesse pubblico, perché contribuisca a realizzare i diritti fondamentali alla educazione, alla istruzione, alla salute; di una dimensione sociale inclusiva; di un’organizzazione europea di Stati federati e di una visione internazionale euroatlantica.
Purtroppo, tutto questo fatica ad emergere, perché lo schema bipolare è stato, negli anni, interpretato nella forma della contrapposizione, da cui è conseguita una dannosa incapacità di dialogo e una rigida e non componibile impostazione ideologica dove o sei socialista o sei capitalista, statalista o liberista, inclusivo o escludente. La politica ha perso, visto l’indebolirsi dell’area culturale di centro, la capacità di mediazione.
Oggi, dunque, come circa un secolo fa, l’elettorato moderato e cattolico è alla ricerca di chiari riferimenti politici. Esiste un’analoga esigenza ricostruttiva, ma il contesto è chiaramente cambiato e non ci sono all’orizzonte leadership forti. La maggioranza nel paese si è ripiegata, anche per questo, su sé stessa. L’astensionismo è sintomatico di due patologie oramai sistemiche: il voto bloccato e la militanza perduta. La fenomenologia di tali patologie è fatta di personalismi, di individualismo e di paura.
La bipolarizzazione, frutto di forzature normative, non ha favorito l’attecchire di una forma democratica di alternanza. Il confronto politico si è risolto negli ultimi 20 anni in uno scontro personale che ha portato ad alzare toni e contenuti, con questo marginalizzando la cultura moderata. Questo gioco, spinto al massimo, ha spostato i poli verso gli estremi, in concomitanza con il venir meno di figure leaderistiche di riferimento. Non è un caso se al vertice dei due poli abbiamo espressioni di destra e di sinistra.
La modifica della legge elettorale sicuramente aiuterebbe il riavvicinamento di una vasta area di elettorato alla politica, in questo modo contribuendo al pluralismo della rappresentanza. E non solo. Una legge elettorale di stampo proporzionale sarebbe una spinta anche per rilanciare il ruolo e la funzione dei luoghi di aggregazione territoriali, le cui insegne, disseminate in ogni dove nel nostro paese, rappresentavano, un tempo, elementi identificativi importanti.
L’idea che si sta facendo strada nella maggioranza prevede un sistema proporzionale bloccato, in cui la quota maggioritaria del Rosatellum viene sostituita da un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 42% nei due rami del Parlamento.
Sono convinta che sia giunto il momento di tirarsi su le maniche e mettersi al lavoro, con la consapevolezza che se il maggioritario non risponde alle esigenze terapeutiche del paziente Italia, ancor meno lo è la proposta di legge elettorale in discussione in Parlamento.
Esso comporta comunque una centralizzazione della scelta dei candidati in lista e un depotenziamento del voto individuale. Nessun sistema rende protagonista il cittadino elettore come il proporzionale preferenziato, seppur con correzione maggioritaria di coalizione.
Erminia Mazzoni

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