Molti anni fa Guido Bodrato, l’ultimo “maestro” del cattolicesimo democratico nel nostro paese, amava ripetere che “quando un progetto politico è chiaro e coerente un leader lo si trova per strada”. Apparentemente uno slogan. Invece no perché, anche se si tratta di una riflessione che riflette le dinamiche politiche concrete della prima repubblica, resta perfettamente attuale e contemporanea. Per una ragione persin troppo semplice da spiegare. E cioè, e ribaltando la frase, se c’è solo un leader o un capo ma il progetto latita prima o poi tutto evapora. Anzi, prima che poi. Per uscire dalla metafora, parliamo della ricerca di un fantomatico “federatore” che sappia riaggregare il Centro nel nostro paese. E, per essere ancora più chiari, parliamo del centrino che attualmente affianca – anche se solo da spettatore non pagante – la coalizione di sinistra e progressista.

Ora, e senza alcuna polemica politica e, men che meno di natura personale, è persin troppo chiaro evidenziare che il Centro e tutto ciò che ruota attorno alla politica di centro, al progetto centrista e alla stessa cultura politica di centro hanno un senso, un ruolo e una funzione solo se non si riducono ad essere un oggetto politicamente ininfluente, irrilevante e del tutto periferico e marginale nella sua capacità di condizionare o di contribuire a definire il progetto complessivo della coalizione di riferimento. Uno spettacolo che, oggettivamente, sta attualmente caratterizzando la nuova, aggiornata e rivista “gioiosa macchina da guerra” ad oltre 30 anni dal suo esordio con Achille Occhetto nel lontano 1994. Cioè una serie di sigle del tutto personali, seppur rispettabili, ma che sono di fatto estranee al progetto politico della coalizione di sinistra e progressista. Lì, per dirla con Bodrato, manca un progetto politico ma, al contempo, manca anche un leader credibile che lo rappresenti.

Sul versante dell’attuale coalizione di governo il tema è molto più semplice da affrontare per la semplice ragione che la leadership politica e carismatica di Giorgia Meloni è talmente forte ed invadente che cancella alla radice ogni concreta possibilità alla “sensibilità” centrista di poter giocare un ruolo importante e significativo.

Ad oggi, ripeto ad oggi, l’unica carta per poter esprimere concretamente, e credibilmente, un progetto politico e di governo ispirato ad una cultura politica di centro è rappresentato da chi pensa di candidarsi alle prossime elezioni sganciato dalle attuali coalizioni molto caratterizzate sul versante del massimalismo, del radicalismo e dell’estremismo populista. Penso alla destra ma, soprattutto, all’attuale sinistra guidata da Schlein, Conte e dal trio Fratoianni/Bonelli/Salis. E questo perché il Centro, a scanso di equivoci, può nuovamente giocare un ruolo politico nel nostro paese solo se riesce a dispiegare il suo progetto visibilmente e pubblicamente. Se, al contrario, deve nascondersi o ridursi a pietire qualche gentile concessione – cioè pochi seggi parlamentari – agli azionisti di maggioranza della coalizione, come capita puntualmente nell’alleanza di sinistra e progressista, forse è bene che torni a chiamarsi con il suo vero nome: cioè, semplicemente, un banale e grigio “partito contadino”. Ma la storia democratica del nostro paese ci dice, da sempre, che il Centro e l’esatta alternativa del vecchio “partito contadino”, cioè di quegli strumenti messi in campo dal partito principe della coalizione e destinati a non aprire bocca se non sulle questioni marginali e periferiche della politica e del rispettivo programma.

Giorgio Merlo.


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