Intervista ad Ivo Tarolli

Intervista ad Ivo Tarolli

Ormai la non partecipazione alla vita politica è diventata una patologia. Siamo a un livello dove la democrazia è sotto stress. E il primo colpevole di questa situazione è il sistema politico su cui si è incardinata la democrazia. Questo sistema bipolare italiano è il male assoluto. In tale scenario la discesa in campo di un’eventuale forza nuova, che ci viene chiesta dal 50% degli italiani, è assolutamente necessaria. Una forza nuova diversa e lontana dai protagonisti della politica di oggi e dal modello imperante. E, quindi, necessariamente, per coerenza cartesiana, alternativa e contraria a coloro che vogliono mantenere lo status quo. Dobbiamo scendere in politica per smantellare l’esperienza dei ‘partiti dei leader’ e ritornare, invece, a partiti che hanno dei leader comunitari. Dobbiamo scendere in campo per smantellare questo sistema bipolare che, più che fare comunità, erige il filo spinato fra i contendenti minando alle fondamenta l’unità di fondo della nazione”. In vista delle elezioni 2027 è questo l’appello lanciato da Ivo Tarolli, ex senatore trentino, con all’attivo due legislature, dal 1996 al 2006, nelle liste dell’UdC, fondatore della Piattaforma Popolare 2024.

Definisce il bipolarismo “il male assoluto”. A quale modello guarda?

“Negli anni ’50-’60 c’era un sistema dell’alternanza, che è un’altra cosa, imperniato, da una parte, sulla proposta delle alleanze centriste guidate dalla democrazia cristiana e, dall’altra, dalle forze di sinistra riunite attorno al Pc, Psi e via di seguito. Ma, benché nella dialettica politica la sinistra si differenziasse dal centro popolare a guida democristiana, la direzione di marcia, i valori di fondo, i valori costituzionali erano condivisi. Oggi, invece, il sistema bipolare ti costringe a parlare sempre e comunque male dell’avversario. L’Italia, in quei vent’anni degli anni ’50 e ’60, – stando ai dati della Banca d’Italia – ha fatto una crescita vertiginosa mai registrata nella storia dell’umanità da nessuno Stato portando un paese che viveva di un’economia preindustriale, prevalentemente agricolo e povero, a essere una delle grandi potenze del manifatturiero mondiale tanto da essere considerata fra il quarto e il quinto paese per reddito economico del mondo. Ma questo è potuto accadere perché tutti remavano nella stessa direzione anche se, poi, politicamente si impegnavano chi di qua chi di là. Oggi abbiamo un sistema che, anziché impegnare una nazione di 60 milioni di abitanti a remare nella stessa direzione, la obbliga a contrapporsi perennemente. In televisione vedere questa guerra continua è insopportabile. Dobbiamo, quindi, tornare e essere diversi, lontani, e alternativi rispetto agli attuali protagonisti della politica. Favorendo, in termini positivi, il ritorno dell’unità di tutte le esperienze centriste”.

Una proposta convincente richiede aggregazione. Attualmente le proposte in tal senso sono molto frammentate. Come si supera questo aspetto?

“Ritornare nuovamente uniti è la battaglia delle battaglie, la sfida delle sfide. Un’unità che, ovviamente, non deve essere del cento per cento. Tutte le esperienze centriste, quelle organizzate politicamente in partiti, quelle in pre-politica come le associazioni e i movimenti, come le esperienze civiche centriste, devono trovare la ragione per ritornare assieme così da essere un soggetto diverso e alternativo ai due blocchi. Un’esperienza centrista raccordata è un’esperienza che necessariamente ti dà due cifre che sia il 12 o che sia il 18 per cento. Ma, prima di tutto, deve esserci un ritorno all’unità. Solo se torniamo uniti allora anche la proposta programmatica di una forza nuova avrà successo. Se ciò non avviene costruiamo dei bei soprammobili che rimarranno tali. Raggiungere il 2-3 per cento non basta: tornare uniti vuol dire ambire a concorrere alla pari degli altri a governare il Paese e l’Europa”.

Pensa che oggi quella dei partiti personali e dei leader personalistici sia una tendenza difficile da sradicare? 

“È un’esperienza da cestinare, da abiurare. Per riuscirci bisogna rimettere in campo una squadra che si dia un leader, un frontman, espresso da una comunità e che deve rispondere alla comunità. La discesa in campo deve servire anche per rilanciare con generatività la democrazia. Non dobbiamo andare a scopiazzare, a scimmiottare le esperienze russe, cinesi e via dicendo. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra tradizione. Friedrich August von Hayek, premio Nobel per l’economia nel ’74, agnostico, ha detto che la tradizione giuridica romana e la proposta rigeneratrice cristiana vanno ritenute a fondamento della civiltà occidentale. 

Abbiamo una specificità che che ci rende uno degli attori fondamentali della geopolitica mondiale e dobbiamo saperla riattualizzare rispetto ai grandi cambiamenti della società della comunicazione, della tecnologia, del movimento dei capitali”.

In Europa qual è lo scenario?

“Le esperienze centriste in Germania governano il più grande paese industriale europeo. In Francia sono presenti così come in Spagna. Noi siamo orfani dal 1993. Dobbiamo rifuggire ogni forma di populismo, di neoimperialismo, di radicalismo: tutti estremismi che corrodono le fondamenta della pacifica convivenza. Dobbiamo invertire la rotta e tornare all’Europa che sognavano i fondatori De Gasperi, Adenauer e Schuman. Un’Europa dove accanto ai tecnicismi ci siano anche anima e valori”.

In vista delle elezioni europee del 2024 ha lanciato insieme a Lucio D’Ubaldo Piattaforma Popolare.

“Ho promosso Piattaforma Popolare insieme a Lucio D’Ubaldo – che appartiene alla realtà della ex Margherita, oggi Tempi Nuovi – e all’ex segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Siamo accompagnati spiritualmente da monsignor Gianni Fusco. Piattaforma Popolare non è un partito né un’associazione, è volutamente una realtà informale che si propone di essere uno spazio di aggregazione. Stiamo lavorando per organizzare nei prossimi mesi gli stati generali dell’area centrista con l’obiettivo di aprire un percorso costituente che, in vista delle elezioni 2027, ci permetta di essere presenti, in autonomia, fuori dai due blocchi, con un’offerta politica diretta a quel 50% di italiani che non va più a votare”.

Ad oggi quali sono i principali ostacoli alla ricostituzione di un partito di ispirazione cristiana capace di collocarsi al centro del panorama politico?

“L’autoreferenzialità, la tendenza a coltivare ognuno il proprio orticello, a perseguire il proprio personale interesse. Dobbiamo tutti fare un passo indietro per fare, tutti assieme, un un balzo in avanti. Questa è la forca caudina che dobbiamo superare. Se superiamo questo ostacolo saremo una forza travolgente.

Quali, invece, i valori fondanti su cui ricostituire questa forza? 

“Il popolarismo. Non c’è progresso tecnologico o scientifico che possa fare a meno di ritornare al virtuoso Umanesimo con cui abbiamo trasformato l’Europa”.


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